Sindrome delle culle vuote, inverno, desertificazione, glaciazione demografica. Metafore climatiche a parte – a ognuno la catastrofe che preferisce –, l’allarme lanciato da chi studia il calo costante della popolazione italiana è ormai diventato parte del nostro paesaggio mediatico.
Per fortuna e purtroppo. Come insegna la favola di Pierino e il lupo, a forza di sentirsi ripetere di stare in guardia, la guardia si abbassa e il pericolo diventa un’ipotesi sfocata, sullo sfondo. O, peggio, una fatalità. I dati spiegano in modo inequivocabile che la rotta si può correggere, ci danno tutte le coordinate dell’iceberg; magari qualche danno ci sarà ma niente di irreparabile, se si interviene nel modo giusto. Restando invece sul ponte ad ascoltare la musica, il naufragio è certo (e le metafore climatiche dovrebbero suggerirci qualcosa).
Solo per rimanere in zona Vivaio, nel 20250 le proiezioni dell’Istat indicano che per il calo demografico sparirà l’equivalente dell’agordino o della città di Feltre. Il problema è tutto politico, certo, ma la politica siamo noi. Anche noi. Capire è il primo modo di cambiare.
Sabato ore 9.30 prima colazione. Caffè, tè, tutte le cose buone che servono a cominciare bene la giornata: biscotti con farine bio cotti in forno a legna, yogurt e formaggi locali, marmellate di frutta del giardino, e quello che il risveglio e la stagione ispirano (per esempio, la chiffon).
Ore 12.30 pranzo leggero, saluti e brindisi. In mezzo, chiacchiere, domande, belle idee. A volontà.