Non sono mai riuscita a spiegare a mia mamma cosa faccio di lavoro.
Fino a un certo punto è stato relativamente facile. In fondo avevo un ruolo, un’azienda di appartenenza, un biglietto da visita che diceva: Ufficio Stampa Feltrinelli. Questo non spiegava tutto, anzi non spiegava quasi nulla, perché cosa fa un ufficio stampa (di una casa editrice, per giunta) non lo sa nessuno, con esattezza. Però insomma, era un lavoro: andavo in ufficio tutti i giorni, qualche volta ero in trasferta, avevo una responsabile, dei colleghi, il panettone a Natale.
Era tutto più chiaro.
A un certo punto, però – avevo quarantadue anni, tre figli piccoli e zero nonni a cui affidarli – ho pensato bene di creare un po’ più di disordine nella mia vita professionale. Mi sono dimessa e sono tornata a studiare. Due anni dopo ho iniziato a lavorare come interprete collaborando con editori, festival e premi letterari, e presto sono arrivati anche altri progetti: scrittura, traduzione, organizzazione eventi, comunicazione. Tante cose, insomma, e tutte sempre intorno o in prossimità dei libri.
Da un certo punto di vista, mia mamma ha dunque tutte le ragioni di essere un po’ confusa. Quello che forse non sa è che, per come la vedo io, questi mestieri sono la stessa cosa, o quasi. Perché tutto quello che faccio riguarda in qualche modo l’uso delle parole. Il fascino del linguaggio. L’empatia. Tutto ha a che fare con il recepire un messaggio e interpretarlo.
Questo dovrei dire a mia mamma, quando mi chiede come diavolo mi guadagno da vivere: colgo un’intenzione comunicativa, me ne faccio carico e provo a trasmetterla come meglio riesco. Sonia Folin
Sabato ore 9.30 prima colazione. Caffè, tè, tutte le cose buone che servono a cominciare bene la giornata: biscotti con farine bio cotti in forno a legna, yogurt e formaggi locali, marmellate di frutta del giardino, e quello che il risveglio e la stagione ispirano (per esempio, la chiffon).
Ore 12.30 pranzo leggero, saluti e brindisi. In mezzo, chiacchiere, domande, belle idee. A volontà.