Rugby Underground è l’estinzione di un debito: il mio, fatto di gratitudine e riconoscenza verso un luogo magico, un’officina trasformatasi giorno dopo giorno, anno dopo anno, partita dopo partita, giocatori dopo giocatori, in una cantina.
A Milano, nel quartiere della vecchia Fiera, negli anni Sessanta un quartiere popolare, frequentato anche da malavitosi, nei decenni diventato meno proletario e più borghese, meno negozietti e più bed and breakfast, meno utilitarie e più Suv, meno milanese e più internazionale.
Il rugby come massimo comune divisore e minimo comune multiplo, come grammatica esistenziale e sentimentale, come modo di intendere la vita, fra mischie, placcaggi, mete e i bizzarri, imprevedibili, democratici rimbalzi di un pallone ovale.
Così l’officina-cantina di Gabriele Cabrio – lui, l’elettrauto, da giocatore ad allenatore, da accompagnatore a cuoco, l’anfitrione in quel sottosuolo – è diventata bivacco e rifugio, punto di riferimento e punto di vista, tempio e bordello, sacrario e tana, caverna e taverna, cinema e teatro, in cui tutti i frequentatori, dalle più umili riserve fino ai divini All Blacks, spogliati di titoli e libretti, e accomunati dal mangiare e bere insieme, si scoprivano magicamente alla pari. Tutti cittadini di una piccola oasi ovale, fuori dal tempo. Marco Pastonesi
Sabato ore 9.30 prima colazione. Caffè, tè, tutte le cose buone che servono a cominciare bene la giornata: biscotti con farine bio cotti in forno a legna, yogurt e formaggi locali, marmellate di frutta del giardino, e quello che il risveglio e la stagione ispirano (per esempio, la chiffon).
Ore 12.30 pranzo leggero, saluti e brindisi. In mezzo, chiacchiere, domande, belle idee. A volontà.